Lettera ad Avvenire dopo i fatti di Gradisca

 

 

Roma 17 dicembre 2009

LETTERA DOPO I GRAVI FATTI DI GRADISCA
Gentile direttore,
chi scrive è il gruppo dirigente del Consorzio Connecting People, noto alle cronache perché offre i suoi servizi all’interno di numerosi centri per migranti in Italia, tra i quali il Cie di Gradisca. Il pacco bomba che ci è stato recapitato è solo l’ultimo episodio di una escalation che da un anno a questa parte ci vede vittime della rabbia di un’area politica in cerca d’identità e di spazio.
Con gli ultimi due attentati (Gradisca e Milano) si indicano in modo chiaro i soggetti da colpire: coloro che costruiscono cultura e conoscenza, fanno ricerca e si preparano al futuro e coloro che servono l’uomo, a prescindere dal luogo in cui questi si trova e dai motivi che determinano il suo destino.
La questione degli uomini e delle donne migranti è costretta da qualche tempo in una discussione troppo angusta, nella quale prevalgono le ideologie; una discussione nella quale è proprio l’uomo – il fratello nel nome del quale tutti sostengono di muoversi – a scomparire, reificato in un’icona, utile soltanto alla lotta politica.
Nel Cie di Gradisca, come in altri centri, il nostro consorzio è responsabile dell’assistenza medica, dell’assistenza sociale, dell’assistenza psicologica, dell’informazione legale, della mediazione linguistica, delle pulizie e del vitto. Tutto questo, quando le leggi lo consentono, diventa un primo passo verso l’emancipazione e l’integrazione dei migranti in questo nostro Paese.
Ogni volta che diveniamo bersaglio di un attacco, guardiamo increduli compiersi nuovamente il paradosso di questa lotta. Come si può pensare di liberare degli uomini colpendo coloro che hanno scelto di assisterli? Come si può trasformare in una scelta degna di biasimo una chiara opera di accoglienza, orientamento e informazione, tesa a garantire alle persone che migrano condizioni di vita il più possibile dignitose? Come si può affermare che assistere degli uomini e delle donne significhi legittimare l’esistenza di luoghi che dovrebbero sparire, e di politiche repressive e razziste?
Da quando abbiamo deciso di intraprendere il mestiere di operatori sociali, continuiamo a legittimare l’uomo e in questo lavoro non vorremmo mai sentirci soli. Se le urla scomposte e le bombe non trovano nella società civile e nella comunità politica il giusto biasimo, alla fine avranno ragione coloro che temono il futuro più che investire nella sua costruzione.Il terrore non è uno strumento di emancipazione. Chi lo semina, non vuole che si discuta, che si risolvano problemi, che si costruisca un futuro.
Crediamo invece che sia necessario usare il fragore di questi scoppi per dare il via ad un dibattito serio sui temi dell’integrazione; un dibattito che deve aprirsi ai cittadini, perché a fronte di coloro che migrano, nel paese dell’approdo ci sono coloro che accolgono. Migrazione e accoglienza sono due facce dello stesso fenomeno che ci riguarda da vicino, e non interessa soltanto i ricercatori e gli studiosi, ma ogni persona che abbia a cuore il futuro del proprio quartiere, del proprio paese e del mondo in cui viviamo.

La dirigenza del consorzio Connecting People

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